UN PO’ PICCHIERI, UN PO’ ARCHIBUGIERI (con Luca Martina)

UN PO’ PICCHIERI, UN PO’ ARCHIBUGIERI (con Luca Martina)

Per comprendere il senso delle soluzioni tecniche proprie dei moschetti a canna liscia ci soffermiamo su alcune sommarie caratteristiche della figura del fante nei secoli dal XVII° al XVIII°. A corredo una serie di foto della riproduzione Davide Pedersoli del Land Pattern Musket inglese, famoso con il nomignolo Brown Bess.

di G.Tansella e L.Martina

Fanteria di linea, de ligne. Questo termine, francese, è molto suggestivo e, già da solo, offre a chi legge un’immagine, approssimativa ma realistica, delle compagini di soldati, perfettamente inquadrati, in un’epoca che va dalla guerra dei trent’anni fino alla fine, quasi, del XIX° secolo cambiando, in modo definitivo, a Prima Guerra Mondiale già in corso. La vita del soldato non si esauriva nella fase di manovra sul campo di battaglia ma è entro tale contesto che è possibile individuare, in modo certo, gli elementi distintivi della figura del fante.

Il primo di questi è costituito dai colori della divisa, diversa a seconda dell’esercito e dal corpo d’appartenenza, che lo rendeva, anche se non soggettivamente, identificabile da coloro che dirigevano la sua manovra, anche da lontano. La parola manovra, tuttavia, può generare fraintendimenti: al singolo non era lasciata, se non nel particolare caso dell’acquartieramento, degli spostamenti su lunghe tratte e della mischia alcuna libertà di movimento e lo spazio, anche fisico, a sua disposizione in battaglia si può dire finisse appena oltre il proprio corpo. Egli si trovava di fatto a scomparire all’interno della propria compagnia, a sua volta inquadrata in un suo battaglione, che era ritenuto essere l’unità di manovra minima della fanteria ed aveva, anch’esso, praticamente nulla autonomia. Sul campo di battaglia i soldati si muovevano come un unico blocco meccanico, rispondendo ai comandi vocali del capitano o ai segnali di tamburo e tromba. I movimenti fondamentali si dividevano in tre grandi categorie: le formazioni tattiche, i passi di marcia e la sequenza di fuoco.

Il battaglione si disponeva quasi sempre su 3 righe di profondità e si schierava in tre modi, a seconda della situazione:

  • La Linea: Il battaglione spiegato frontalmente per massimizzare il fuoco dei fucili. Era vulnerabile alla cavalleria e lenta da spostare.
  • La Colonna: La formazione standard per muoversi rapidamente o attaccare all’arma bianca. I plotoni erano disposti uno dietro l’altro. Sfondava le linee nemiche grazie alla spinta d’urto.
  • Il Quadrato: Formazione difensiva vuota al centro, usata esclusivamente per respingere le cariche della cavalleria. Le quattro facce esterne presentavano un muro di baionette.

Immagine tratta dalla rete, che ha catturato un momento di una revocazione storica in cui i figuranti mostrano la formazione di difesa a quadrato.

Per cambiare formazione o avanzare, il regolamento imponeva tre velocità di marcia standardizzate, scandite dal tamburo:

  • Passo Ordinario: 76 passi al minuto. Usato per le parate o per schierarsi con massima precisione geometrica.
  • Passo di Carica: 100-120 passi al minuto. Il passo d’attacco per antonomasia, accompagnato dal rullo serrato dei tamburi (il celebre Beat of the Drum francese) e i francesi gridavano “Vive l’Empereur!“.
  • Passo Accelerato: Fino a 130 passi al minuto, utilizzato per i ripiegamenti rapidi o per correggere al volo una linea scompaginata.

Formazione di carica, in linea, della fanteria prussiana (dipinto 1745 – Hohenfriedeberg)

I battaglioni di fanti avevano dunque dimensioni imponenti, colori determinati, si schieravano e muovevano in modo preciso, rispettando certe tempistiche, facevano fuoco di fucileria secondo precisi schemi e tempi, a distanze conosciute. L’idea, in mancanza di metodi avanzati di comunicazione, era quella di preordinare la manovra di tutte le componenti dell’esercito, in modo tale da poterne comandare, in modo semplice e con una certa sicurezza, l’azione durante lo scontro.

L’armamento individuale rifletteva anche tecnicamente vie rigide di pensiero e, sotto il profilo pratico, l’elemento di forza maggiore dei moschetti a pietra, di cui erano dotati pressochè tutti i soldati appiedati, erano la leggerezza rispetto ai sistemi d’arma precedenti, relativa affidabilità, velocità di caricamento e possibilità di innestarvi la baionetta, che trasformava appunto l’arma da fuoco in una picca e l’archibugiere, di conseguenza, in picchiere, come ha osservato lo storico Franco Cardini nell’opera intitolata Quell’antica festa crudele. Ritorniamo all’azione del singolo, compressa e rigidamente disciplinata anche riguardo all’azione di fuoco: egli si trovava, di fatto, a trasportare un’arma la quale, metodicamente, veniva approntata al tiro da graduati di truppa, che provvedevano al controllo degli acciarini ed alla distribuzione del munizionamento, preconfezionato; le manovre di caricamento, come tutte, erano meccanicamente scomposte, insegnate ed eseguite. Il fuoco veniva effettuato indirizzando l’arma, priva di organi di mira, verso il nemico schierato a distanza di efficacia, dunque a breve distanza, facendo fuoco a comando.

Questo era, a grandi linee, il tiro militare effettuato con i moschetti.

Invitiamo dunque i lettori ad osservare i particolari di un’arma iconica, il Land Pattern Musket inglese, famoso per il nomignolo Brown Bess. Foto di proprietà G.Tansella e Davide Pedersoli Srl)

Moschetto standard da fanteria: alcuni reparti erano dotati di arma leggermente accorciata.

Particolare fondamentale: gli organi di mira sono molto primitivi: il tiro della fanteria era effettuato in gruppo, a comando, secondo la logica della saturazione d’area, rappresentata idealmente da un rettangolo, sul piano verticale, le cui proporzioni ricalcavano quelle di un’unità di fanteria schierata a circa 50m.

 

 

 

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