VASILI SAIZEV: il nemico (non) era alle porte
Il nemico non era alle porte della Russia, che erano state scardinate: aveva piuttosto finito per perdersi in casa d’altri i quali, dopo essere riusciti a contenerne l’offesa, guadagnarono l’iniziativa tattica e strategica arrivando, in tre anni, a ricacciarlo indietro, cambiando la geografia politica dell’Europa.
Questo dal punto di vista storiografico.
La pubblicazione che recensiamo tuttavia, come testimonianza storica, ha valore relativo: della battaglia di Stalingrado si conosceva molto già prima dell’apparizione di questo libro che, oltretutto, sembra molto lontano dall’essere un libero componimento, nè la ricostruzione di una vicenda tratta da una diario o da rapporti militari. Il romanzo e il lungometraggio che ha ispirato ne utilizzano infine, più che altro, soggetto ed elementi coreografici soltanto.
Cosa, dunque, ha lasciato ai propri connazionali, ed a noi lettori tutti, Vasili Sàizev?
Per individuarlo il primo passo da compiere consiste nel cercare, sul retro della copertina, la traduzione in italiano del titolo originale, che consiste in una frase molto particolare.
Se, come viene poi riportato, fu lui a coniarla, insieme ai propri commilitoni, possiamo dire che egli si si sia espresso non in qualità di sniper, ma in qualità di russo: la sua è la voce di un uomo tra molti, nel brutale contesto di una guerra di sterminio.
A motivare la resistenza dei russi in guerra, con la vicenda di Stalingrado divenuta uno dei suoi simboli maggiori, era la certezza di essere prossimi all’annientamento. Da qui la scelta di reagire e, nel caso specifico, di non indietreggiare oltre un determinato limite geografico, la sponda di un fiume.
Sàizev quindi, dislocato a Stalingrado insieme ai suoi compagni, stabilì, questo il titolo originario dell’opera, Non vi è terra per noi al di là del Volga.
Era un vero e proprio giuramento, che consisteva nella scelta di rimanere lì dove si era, di preferire la morte sul posto a qualsiasi soluzione tattica che contemplasse la ritirata.

Il fiume Volga veniva attraversato dai sovietici, da oriente, per rifornire i reparti combattenti e la riva occidentale costituì il limite fisico cui si riferisce la promessa dell’autore.
Vero è che la scelta, stanti le direttive politico militari e la disperata situazione sul terreno, poteva non essere libera ma, riteniamo, le motivazioni di Sàizev, e molti come lui, fossero genuine. Queste cose accadono.
Da una dimensione colossale si passa, dunque, ad una dimensione minuscola ma, proprio per questo, quel che leggiamo è attuale e la voce di questo combattente giunge a noi incorrotta dal tempo, mostrandoci cosa voglia dire, oggi come allora, combattere per sopravvivere, con le armi più moderne ma anche con la vanga, col corpo soltanto, con l’atteggiamento, dunque con lo spirito.
Una lezione, quella di Vasili Sàizev, di determinazione, ma anche un ritratto della guerra.
La questione stilistica è, invece, assai diversa: la prima testimonianza di guerra di Sàizev risale al tempo stesso delle operazioni militari a Stalingrado, inserita in un opuscolo di propaganda. Il titolo era Appunti di uno sniper e costituirà, più avanti, il sottotitolo del libro. Nessuna delle due pubblicazioni, tanto per esser chiari, ha a che fare con il romanzo ed il film moderni intitolati Il nemico alle porte.
L’obiettivo della prima era chiaro: infondere nei soldati fiducia in sé stessi, nella propria organizzazione, nelle proprie dotazioni e, in tal senso, gli ultimi periodi del testo sono eloquenti: sono sempre stato convinto di essere più capace e forte di un tedesco, che il mio fucile fosse più preciso di quello di un tedesco. Sono un uomo tranquillo e, per questo, non ho mai avuto paura dei tedeschi.
Il fine del libro, pubblicato dopo gli eventi bellici, era simile ma non idendico: il pubblico cui si rivolgeva non apparteneva alla generazione dell’autore, ma a quella successiva, educata secondo un disegno di riconquista dell’orgoglio patriottico. I destinatari erano persone comuni: si trattava di agricoltori, operai, giovani studenti che avrebbero potuto trovare nel racconto di un compatriota non soltanto l’eco dei propri ricordi o dei racconti dei propri padri ed amici, ma lo spunto per un moto d’orgoglio. Tutti potevano ispirarsi a Vasili Sàizev che, in definitiva, diceva di impegnarsi, di essere uniti, di non temer confronti. Un’esortazione che, con le opportune cautele, può essere accolta da chiunque, in ogni tempo ed in ogni luogo.
Leggete dunque Il nemico è alle porte – L’assedio di Stalingrado raccontato da un tiratore scelto dell’Armata Rossa di Vassili G.Zaitsev
oggi edito dall’editore Red Star Press.
Foto di copertina (fonte Wikipedia): l’allestimento del complesso strutturale con funzioni commemorative della seconda guerra mondiale, che i russi chiamano Grande Guerra Patriottica, ha previsto la conservazione, così come si trovava alla fine delle ostilità, dei ruderi di un edificio che fu teatro di aspri combattimenti. Nulla venne risparmiato dalla furia della guerra ed anche ciò che vi era di più solido non sopravvisse.