La strana disfatta: Marc Bloch ci insegna che..

La strana disfatta: Marc Bloch ci insegna che..

Uno dei più temibili nemici dell’uomo è la menzogna intesa come abbandono, anche inconsapevole, del reale quando la prosperità in tempo di pace e la sopravvivenza in tempo di guerra richiedono, al contrario, azioni coerenti con le necessità, pratiche, del contesto entro il quale si agisce.

Il potere dell’uomo presuppone un legame con il reale, dunque sensibilità incorrotta, pensiero agile, determinazione, forza; chiudersi, rifiutare ciò che comunica la realtà dei fatti, ingannare se stessi, abbandonare il campo con lo spirito e con la mente, limita il potere dell’uomo e lo costringe a subire le intenzioni e le azioni altrui.

L’11 luglio del 1940 Marc Bloch apparteneva ad un esercito collassato, tanto che dismise la divisa per non essere catturato dal nemico. Prima di riprendere il combattimento sotto nuove forme, tuttavia, si dedicò a riflettere sull’accaduto.

Abbiamo subìto un’incredibile disfatta. Di chi la colpa? Del regime parlamentare, della truppa, degli Inglesi, della quinta colonna – rispondono i nostri generali. Insomma la colpa è di tutti salvo che loro. Quanto era più saggio babbo Joffre! (cit.pag.43) – Casa Editrice Res Gestae

C’era bisogno, in veste di sconfitti, di un severo esame di coscienza. Bisognava imparare da quell’esperienza per ricostruire, quando fosse stato possibile, un paese migliore. Non bisognava mentire. Non bisognava abbandonare la realtà.

L’abbandono, in riferimento ai fatti militari che sconvolsero la Francia nel 1940, fu inconsapevole o semiconsapevole: prima del secondo conflitto mondiale il paese, uscito vittorioso dalla guerra precedente, non seppe inventare una dottrina di guerra all’altezza delle possibilità che la tecnologia offriva; poi, sotto attacco, non identificò adeguatamente l’elemento del nuovo nelle manovre avversarie, continuò ad agire entro schemi guerreschi obsoleti e crollò, in certi casi prima di quel che le concrete possibilità e mezzi avrebbero consentito se non fosse subentrato il panico.

Truppe tedesche sfilano a Parigi a bordo di carri armati francesi catturati. Oggi mi rendo più chiaramente conto che il materiale, benchè certamente insufficiente, non mancava però nella misura in cui fu detto (cit.pag 64).

La disfatta, tuttavia, non fu causata soltanto dall’impreparazione militare e non riconoscerlo sarebbe un ennesimo caso, questa volta colpevole, di abbandono del reale, con conseguenze pericolose in termini di apprendimento dalle esperienze vissute.

Lasciamo la parola all’autore:

In una nazione, nessun corpo professionale è mai totalmente responsabile da solo dei propri atti. […] Gli stati maggiori hanno lavorato con gli strumenti che il paese aveva fornito loro e sono vissuti in un clima psicologico che non avevano creato da soli; erano, essi medesimi, ciò che di loro avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine e ciò che il complesso della comunità francese aveva permesso loro di essere.

Per nostra fortuna, pur con esigue risorse documentali, di tempo e serenità indispensabili ad uno studio completo sull’argomento (Caro quaderno verde, che cosa non pagherei oggi per averlo con me! – cit.pag.34), l’autore de La strana disfatta si adoperò con la capacità di analisi che lo aveva contraddistinto in qualità di studioso di storia: egli criticò se stesso, l’intero gruppo sociale cui apparteneva considerando la storia passata in ogni aspetto vitale: sociologia, economia, politica, tecnologia, psicologia, educazione. Non, dunque, soltanto date e battaglie ma un’infinità di spunti per comprendere una debacle e le sue cause.

L’opera in questione può forse essere considerata alla stregua dell’ultima lezione, pubblica, di uno dei più autorevoli studiosi di storia del Novecento, ed è utile da leggere in una stagione nella quale si accenna alla guerra con incosciente leggerezza.

Marc Bloch venne assassinato dalla Gestapo, nei dintorni di Lione, nel 1944. Aveva scelto, nella vita, di essere uno studioso ed insegnate di storia, ma si scoprì anche guerriero e come tale, per sincero patriottismo, non si risparmiò. Alla luce di quel che accadde a lui e ad altri sorge una domanda: abbiamo imparato da quell’esperienza? 

Dedicato a Paolo S. , che ha ispirato col proprio esempio, sempre schietto, l’idea degli inviti alla lettura pubblicati su questo blog

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